L’annuale giornata del malato è il richiamo salutare ad alti pensieri, che regalo a me stesso e a quanti mi leggono.
La vicinanza ai malati o l’esperienza della malattia, specie se imprevista e improvvisa e grave, è e deve essere una scuola di vita a cui i cosiddetti sani debbono affidarsi come alunni docili.
Io sono convinto che sono i sani ad essere troppo spesso… malati, malati se non nel fisico certo nella mentalità, nello spirito e, quindi, troppo spesso, nei comportamenti.
Chi è sano fisicamente troppo spesso se ne fa un vanto come di un merito suo personale. Niente di più improprio di tale convinzione. Esso, ad esempio, si ritrova del tutto impreparato ad accogliere la malattia, la quale non è uno stato eccezionale della nostra condizione umana. Da questa erronea convinzione deriva quel senso di doloroso stupore che chiama in causa affannosamente se stessi quali colpevoli di inadempienze inescusabili. Non di rado questo stato d’animo – è una malattia da cui si deve guarire subito – sospinge addirittura a prendersela con Dio, al quale, può darsi, non si è mai pensato per ringraziarlo della buona salute di cui è stato gratificato.
Chi scrive, lo confessa con umile sincerità, ha goduto nei suoi ormai lunghi anni, di circa settanta di essi in perfetta salute. Solo quando ha ricevuto il dono di un serio malanno con le sue conseguenze, ha compreso tutta una serie di rimedi a cui debbono ricorrere i sani per vivere in consapevolezza la malattia, ma anche – e questo socialmente è cosa necessaria – trovarsi vicino a malati, e comportarsi con loro in maniera adeguata, onde evitare quel complesso di atteggiamenti che i sani assumono accanto all’infermo.
Non parlo di chi ha scelto la sublime missione – non parliamo di mestiere o professione – di portare rimedio ai fratelli ammalati. Qui il discorso chiamerebbe in causa la scienza, il dovere professionale, le istituzioni, le strutture, gli interventi risolutori che il settore richiude.
Parliamo di chi viene necessariamente a contatto con la malattia, o in se stesso o negli altri, specie se più vicini e legati da parentela o affetto.
Il primo atteggiamento – abbiamo detto – è frutto della convinzione che la malattia è una normalità a cui occorre essere serenamente preparati.
La cosa è tanto difficile che, sappiamo, le culture antiche, non escluse quelle entrate nella Bibbia, legavano la malattia ad un castigo divino, Gesù stesso nel Vangelo sfata questa convinzione (cf Gv 9, 3 s).
L’accettazione di questa “normalità” comporta in chi si ritiene sano innanzitutto una grande riconoscenza a Dio, in secondo luogo una cura meticolosa di evitare quanto inutilmente possa compromettere il proprio buono stato. Ciò è un dovere di carità verso se stessi.
Penso con raccapriccio alla superficialità con cui, al giorno d’oggi, ci si espone al pericolo, anche della vita, con spericolata e irragionevole presunzione di capacità niente affatto necessaria.
L’accettazione della “normalità”, della malattia, poi, regola i nostri atteggiamenti nei confronti dei malati. Essi sono l’immagine forse più vera della nostra piccolezza creaturale e, quindi, divengono scuola di vita per chi sappia apprenderne la lezione.
Per chi ha fede e ricorda le altissime parole del Maestro divino, il malato è il sacramento di Gesù, e come tale va, non dico rispettato e aiutato, ma va “adorato” e come tale servito, non con la supponenza di chi si abbassa ad una degnazione ma con l’atteggiamento di chi si appresta a ricevere un dono. (Non avete mai assaporato la gioia incontenibile procurata a noi dal sorriso riconoscente di un infermo da voi servito?…). Al riguardo niente sembra essere più insopportabile, nei confronti di chi soffre, di quel moralismo contenuto in certe espressioni di circostanza che noi buttiamo addosso ogni qualvolta, da sani, al fratello degente. Si tratta di espressioni insulse e controproducenti, come ha provato ognuno di noi quando ha dovuto ascoltarle da ammalato.
Il malato ha bisogno di sentirsi amato, calorosamente amato e di capire, magari con una stretta di mano, un abbraccio, un silenzio amicale, che gli siamo vicini con tutta l’anima e che è per noi una gioia donargli anche solo una stilla di consolazione.
Guarisca il Signore chi è malato.
Guarisca soprattutto noi che ci riteniamo sani.
