Si ha un bel gridare contro presunte deviazioni della magistratura. È tuttavia certo che non si può non essere preoccupati dal fatto che ormai troppi addetti alla politica incorrono malauguratamente nelle maglie della giustizia e… vi lasciano le penne.
Questo vedere continuamente personaggi politici, che dovrebbero essere al di sopra di ogni sospetto, divenire destinatari di avvisi di garanzia o, peggio, di rinvii a giudizio, o, peggio ancora, di condanne, non fa piacere a nessuno, non fa bene al Paese, non riconcilia il cittadino con la politica, già tanto compromessa dal semplice fatto che è costantemente bollata di una cronica inefficienza. La politica – ormai è assodato – deve recuperare ad ogni costo quella credibilità che troppe cose, specie negli ultimi tempi, l’hanno di molto fatta decadere dalla comune estimazione. Chi ha a cuore le sorti dell’Italia, e come cittadino e come cristiano, non può nascondere la gravità del problema e non invocare un supplemento di comune preoccupazione e impegno. La politica deve restare nei suoi palazzi, là dove si fanno le leggi valevoli per tutti, là dove le varie opinioni si confrontano, dove la sana dialettica conduce alle conclusioni obbiettivamente più giuste. Se la politica scende dal suo altissimo ruolo e pervade ogni campo del vivere civile e si insinua pesantemente nelle decisioni ultime, se pretende di esercitare dappertutto, in ogni situazione, in ogni ingranaggio la sua influenza e impone sempre la sua intermediazione che non sarà mai completamente disinteressata ed oggettivamente equanime, allora si incorre necessariamente nel clientelismo, nel corporativismo, nella raccomandazione… E allora, oltre al peso già insopportabile di una burocrazia soffocante, si constata con sofferenza che sono in agguato tutti quei mali che, specie ai nostri giorni, abbiamo imparato a chiamare col proprio nome: corruzione, concussione, clientelismo, favoritismo, interessi privati in atti pubblici e altro. Questa intermediazione politica in alcuni casi produce favoritismi di ogni genere che poi impongono, presto o tardi, uno scambio che prescinde completamente dai meriti dei preposti e dei proponenti. Costatiamo appunto questa pervasività della politica, della costante intermediazione di essa, come di mezzo per conseguire i propri loschi interessi. In quest’ultimo caso la politica che è per definizione l’impegno a favorire disinteressatamente il bene comune diviene essa stessa strumento di delittuose decisioni. Ripetiamo: la politica e coloro che ne fanno pubblica professione devono mantenersi fuori dai meandri delle decisioni ultime e concrete; devono accontentarsi scrupolosamente di dettare, dall’altezza del loro ruolo e dei loro organismi, le leggi, i criteri e le norme che debbono presiedere all’ordinata vita civile, questo è l’unico loro compito. Alla situazione anomala che ha ormai fatto già troppe vittime illustri che cosa si deve opporre? In una parola sola: la giustizia. Giustizia è osservanza scrupolosa, per sé e per gli altri, della legge. Giustizia è assoluta trasparenza delle decisioni che contano. Giustizia è il rifiuto di sventolare o far sventolare la bandiera della propria appartenenza politica per ottenere peculiari determinazioni interessate. Giustizia è accogliere atti e persone non con il criterio dell’appartenenza ideologica e politica ma con quello della meritocrazia della scelta della decisione favorevole allo scopo oggettivo di ciò che si deve provvedere. Giustizia è disinteresse personale o di parte. Giustizia è, per concludere, far tacere ad ogni costo quella “auri sacra fames”, che sembra essere in ultima analisi la cagione di tutti i mali denunziati. Per questo, ad esempio, la saggezza degli antichi romani nei momenti cruciali della loro storia, esautoravano gli ordinari amministratori della cosa pubblica e ricorrevano all’intervento di un “dictator”, il quale risolto il problema tornava al suo ruolo abituale. Un ultimo pensiero qui ci sopravviene: non potrebbe essere impedita per legge la reiterazione dell’incarico pubblico a tutti i livelli? Di modo che nessuno debba crearsi un alveo favorevole dove fluiscono regolarmente i suoi meno nobili interessi.
